UN DIAMANTE È... TALVOLTA È UNA FREGATURA

L’investimento truffa, ultima frontiera degli inganni delle banche.
Ormai lo sanno tutti: negli ultimi anni, due grosse società venditrici di diamanti, con la dolosa partecipazione di quattro o cinque grossi istituti bancari hanno venduto diamanti a risparmiatori, ad un terzo del loro reale valore. Le banche coinvolte sono la Unicredit, Banco Bpm, Intesa Sanpaolo e Banca Monte dei Paschi di Siena; le società di investimento coinvolte sono la Intermarket Diamond Business (IDB) e la Diamond Private Investment (DPI).
Una di queste società, la IDB Intermarket Diamond Business, è pure fallita nel frattempo, dopo che il suo legale rappresentante si era suicidato lo scorso autunno.

Il ‘problema diamanti’ è emerso dopo che alcuni investitori avevano cercato inutilmente di rivendere le pietre precedentemente acquistate, non riuscendovi.

Tutti coloro che hanno investito in diamanti si sono convinti della bontà dell’operazione perché tutto è avvenuto su sollecitazione ed iniziativa della banca, presso i suoi locali, alla presenza dei funzionari e dei direttori conosciuti personalmente. Però, al momento in cui si è scoperta la truffa, le banche si sono tirate indietro:la nostra firma non c’è in nessun documento, affermano, prendetevela esclusivamente con le società dei diamanti, , noi non c’entriamo niente.

Ma non è proprio così, care banche.

Anche l’Antitrust pensa che abbiate anche voi responsabilità e che dunque il risarcimento si possa chiedere proprio a voi. Difatti le multe che sono state comminate nel 2017 per ‘pratiche commerciali scorrette’ hanno riguardato anche gli istituti bancari; multe tutte confermate dal Tar nello scorso autunno.

Le sanzioni irrogate sono state in un caso, pari complessivamente a 9,35 milioni (2 milioni per Idb, 4 milioni per Unicredit, 3,35 milioni per Banco BPM) e nell’altro caso pari complessivamente a 6 milioni (1 milione per Dpi, 3 milioni per Banca Intesa, 2 milioni per Mps)», indica l’Antitrust. «I profili di scorrettezza riscontrati per entrambe le società hanno riguardato le informazioni ingannevoli e omissive diffuse attraverso il sito e il materiale promozionale dalle stesse predisposto in merito: al prezzo di vendita dei diamanti, presentato come quotazione di mercato, frutto di una rilevazione oggettiva pubblicata sui principali giornali economici; all’andamento del mercato dei diamanti, rappresentato in stabile e costante crescita; all’agevole liquidabilità e rivendibilità dei diamanti alle quotazioni indicate e con una tempistica certa; alla qualifica dei professionisti come leader di mercato».

Ad ogni modo, cosa bisogna fare se si è incappati in questa situazione?

Per prima cosa, bisogna chiedere le pietre, nel caso queste non fossero in possesso del cliente, anche al fine di farle ‘periziare’ con la descrizione contenuta all’esterno del blister sigillato, avendo accortezza di non romperlo.
Nel caso di IDB, se le pietre fossero ancora presso la società, c’è purtroppo poco tempo: entro il 9 marzo bisogna fare istanza al Curatore del fallimento, mediante insinuazione al passivo della procedura.
Successivamente, una volta periziato ed individuato il danno effettivo, ossia la differenza tra il valore reale della pietra e i soldi effettivamente spesi, lo si può chiedere alla Banca.

La vendita di diamanti è infatti qualificabile come ‘investimento’, nella cui vendita la banca ha avuto un ruolo indubitabile di ‘intermediario’, con conseguente applicazione del Testo Unico della Finanza e dei relativi decreti regolamentari Consob.

I ‘prodotti finanziari’ infatti non sono tipizzati, hanno natura aperta e atecnica; quindi, ben può rientrare nel concetto la vendita di diamanti.

Ma se così è, la mancata firma della banca sui documenti torna a vantaggio del cliente, a riprova che il diavolo fa pentole ma non i coperchi.
Non mi hai fatto sottoscrivere niente? Nemmeno il cosiddetto ‘contratto-quadro’ previsto dall’art. 23 TUF in materia di investimenti a pena di nullità? Peggio per te, cara banca, ti chiamo a restituirmi le somme spese. Non mi hai fatto le necessarie profilature per valutare l’adeguatezza o l’appropriatezza dell’investimento? Sempre peggio per te, questa è una violazione delle norme sugli investimenti che mi permette di richiederti il risarcimento.