INDIGNATA DELUSIONE
PER LA LEGGE SUL FONDO RISTORO delle vittime dei crack bancari

La montagna partorisce un topolino
Tra lunedì 30 e martedì 31 ottobre sono state pubblicate in alcuni media dapprima due bozze e poi la versione definitiva, firmata da Mattarella e trasmessa alla Camera per la discussione, della manovra finanziaria, con il testo della legge sul ‘Fondo Ristoro’ per le vittime dei crack bancari. Vi è da dire che la proposta di legge è ancora modificabile, attraverso emendamenti, nella fase di discussione parlamentare. Le associazioni dei Consumatori, tra cui Adusbef, saranno a Roma il giorno 8 novembre, ma ragionevolmente l’impianto normativo non si potrà discostare molto dalla bozza.
Ebbene, la montagna ha partorito un topolino.
1) E’ previsto solo un rimborso parziale, ossia il 30% della perdita subita, con l’ulteriore limite della misura massima di 100.000,00€.
Questa legge è addirittura peggiorativa della legge Baretta, perché in quest’ultima la percentuale di rimborso non era stabilita. Il ‘mantra’ tanto ripetuto dai politici nelle scorse settimane circa la promessa del rimborso totale è stato perciò disatteso.
2) Inoltre il rimborso del 30% sarà destinato solamente agli azionisti che riescano a dimostrare, secondo le normali regole del processo civile, di aver subito un ‘danno ingiusto’ riconosciuto con sentenza del Giudice o con pronuncia dell’Arbitro.

E’ l'identica copia carbone della vecchia Legge ‘Baretta’, la 205/2017 dell’anno scorso, mai attuata né dal vecchio né dal nuovo Gobverno, perché mai emanato il relativo decreto attuativo.

Ma come? Mi chiedo. Si costituisce un Fondo per le Vittime dei crack bancari, quindi con il presupposto che qualcuno abbia cagionato alle vittime un ingiusto danno, e poi si chiede di dimostrare l’ovvio con una sentenza (sic!) o con una pronuncia di arbitro, nel corso del cui procedimento toccherà al truffato dimostrare civilmente l’ingiusto danno’?! Assurdo!
Quando si potevano ancora fare i processi contro le Banche ( ossia fono alla loro messa in liquidazione), l’art. 23 del Testo Unico Finanziario stabiliva – proprio per questo motivo- un’inversione dell’onerte della prova: l’art. 23 del Testo unico Finanziario diceva infatti che al cliente della banca era sufficiente ‘allegare il fatto’, cioè affermare di aver subito il danno; toccava invece alla banca dimostrare di aver agito con la specifica diligenza richiesta. Quindi, questa legge – se rimane così com’è- è addirittura in contrasto con una delle norme più giuste contenute nel Testo Unico Finanziario. E, ultimo ma non meno importante, la assistenza di un avvocato per la richiesta di accesso al Fondo mediante ricorso all’Arbitro sarà inevitabile, con l’onere di dover quindi sostenerne le spese legali conseguenti. 3) Ma abominevole appare l’ art. 38 co. 1, il quale recita: ‘l’accettazione del pagamento a carico del Fondo equivale a rinuncia all’esercizio di qualsiasi diritto e pretesa connessa alle stesse azioni…’ Quindi, se si accetta il ristoro del fondo, si rinuncia alla domanda di ammissione al passivo e alla costituzione di parte civile. Viene da chiedersi. Ma perché? Cosa importa allo Stato e ai politici autori della legge se il truffato può sperare di ottenere la differenza dalla società in liquidazione o dai diretti responsabili dei reati commessi? Perché imporgli di rinunciare anche a questa speranza? Perché dissuaderlo dall’azionare quel poco di azioni giudiziarie (come la costituzione di parte civile) o amministrative ( come la richiesta di ammissione al passivo della liquidazione coatta), uniche possibilità che gli sono rimaste, dopo che i processi civili sono stati estinti per legge? Ad ogni modo, è opportuno valutare anche queste novità, per quanto non definitive, ai fini della decisione si costituirsi o meno parte civile, decidendo tra due strade:
1) Dare (ancora) fiducia alle promesse politiche, finora però disattese, ma ancora non definitive, secondo quanto sopra esposto sopra.
2)
Oppure proseguire nella battaglia, tentando di costituirsi parte civile (entro il 1° dicembre nel processo penale per gli azionisti della Popolare di Vicenza) e/o chiedendo l’ammissione al passivo coloro che ancora non lo abbiano ancora fatto.

Spese legali per spese legali, alla fine forse la scelta della battaglia potrebbe essere legittimata dal senso di indignazione verso il miserabile topolino partorito dopo tanta fatica, tante promesse non mantenute e tanto ritardo; almeno per coloro che hanno ingenti patrimoni da riottenere. Certo che ci chiede, quali scenari probabilistici si può aspettare chi si costituisce parte civile o chiede l’ammissione al passivo? Non mi dilungo sulla valenza psicologica e morale della costituzione di parte civile, nel richiedere ai veri autori degli atti criminali di pagare direttamente in prima persona le conseguenze risarcitorie delle proprie azioni, perché tale soddisfazione è del tutto personale. Posso dire invece che legalmente, chi chiede l’ammissione al passivo potrà, nel caso di ammissione, sperare di essere soddisfatto all’esito dei recuperi che la SGA farà degli NPL, ossia dei crediti deteriorati. Nessuno ha la sfera di cristallo, potrebbe trattarsi di nulla, così come tale attività potrebbe anche riportare alle casse della Liquidazione Coatta un ‘tesoretto’, come è stato definito da autorevoli articolisti del Sole24Ore, facendo il paragone con quanto successo al tempo del crack del Banco Di Napoli. Nel caso di costituzione di parte civile, oltre che ai singoli imputati personalmente, la richiesta di risarcimento potrà essere svolta nei confronti della Liquidazione coatta quale ente civilmente responsabile delle azioni commesse dai suoi funzionari. E dunque, oltre allo zampino del credito richiesto in qualità di socio con l’insinuazione al passivo, si potrebbe metterebbe dentro l’intera zampa, vantando un titolo in più, richiedendo alla Liquidazione Coatta il risarcimento anche in qualità di danneggiato dai reati commessi dagli imputati.
 
Vi è da dire che i liquidatori hanno già promosso le azioni revocatorie nei confronti dei donatari di ingenti patrimoni da parte di alcuni degli imputati. I commissari liquidatori hanno chiesto la revoca di due patti di famiglia con cui Zonin ha ceduto ai figli Domenico, Francesco e Michele la piena proprietà del 26,9% e i diritti di usufrutto sul 23% del capitale della «Gianni Zonin Vineyards sas di Giovanni Zonin&C» e il 38,5% della «Zonin Giovanni S.a.s», holding dell’impero vitivinicolo del banchiere, solo quest’ultima per un controvalore dichiarato di oltre 10 milioni»
(fonte:
https://corrieredelveneto.corriere.it/vicenza/cronaca/18_gennaio_22/banca-popolare-vicenza-avvia-quattro-revocatorie-c-anche-zonin)
Quindi, il valore di quanto rientrerà nel patrimonio di Zonin e della Liquidazione Coatta a seguito di dette azioni potrebbe essere ben più alto dell’importo del Fondo.
Ognuno è libero di prendere le sue decisioni. L’eventuale scelta di costituirsi parte civile o essere ammessi al passivo potrà comunque essere in seguito oggetto di ripensamento e rinuncia, per accedere al fondo. Mentre non vale l’opposto, ossia che non si costituisce entro il 1° dicembre non lo potrà più fare, e chi accede al fondo rinuncerà senza possibilità di ripensamenti a qualsiasi altra forma di risarcimento.